La Pagliarella, STORIE DI CONVIVIALITà VOMERESE

A protezione di un luogo di convivio mangereccio in formazione di incannucciata del posto ameno e piacevole, si dà il nome di “Pagliarella”.
Detti siti di numerose contrade napoletane, costituivano simposi di comitive e di personaggi dell’ambiente artistico e letterario, principalmente durante la bella stagione ove gareggiavano i menù originali da competizione culinaria. Dai semplici e casarecci pranzi a quelli elaborati, comunque dal simpatico denominatore dalla tavolata più o meno goliardica. Numerose erano le trattorie napoletane, al Vomero le più famose restavano Sica, D’Angelo e Renzo e Lucia a S.Martino, ma le più caratteristiche erano quelle con il pergolato dai profumati pampini d’uva o gelsomino che si intitolavano, appunto “pagliarelle”, quando l’accrescitivo era chiamato “pagliarone” per le dimensioni più abbondanti come quello della “Taverna del Pagliarone” in via Belvedere (Vomero Vecchio), dal caseggiato le cui antiche testimonianze si trovano ancora oggi, in forma in buona parte rimaneggiata del sito originario, conservando, tuttavia, la nomea di “Pagliarone”, anche quando durante la seconda guerra mondiale, tra altri luoghi, si ebbero scontri nel dare inizio alle gesta delle quattro giornate al cui ricordo vi è posta una lapide.
Da tesi controverse, in piazzetta S.Stefano sorgeva la trattoria Pallino, sotto la cui pagliarella si sono celebrati fasti, nefasti ed incontri storici, come il noto “incidente”, protagonisti Giosuè Carducci in compagnia dell’amica Annie Vivanti e Ferdinando Russo con l’accompagnamento degli scontati posteggiatori. Questi siti erano noti per la gara di specialità che caratterizzavano ogni cucina, come ad esempio quella della “Pagliarella” di via Luigia Sanfelice, la nota “Santarella”: l’aspetto si presentava sobriamente modesto, ma la sua originalità consisteva in un vagone ferroviario sotto frasche di pergolato d’uva e glicini, il cui dal sommesso ed intimo fascino di ovattata atmosfera dalle calde luci di abat-jour e sedili di legno, davano la percezione di un vagone-restaurant in attesa di moto, ma che non poteva mai partire, e dall’effluvio di gradevoli ed eterogenei afrori, tra dolci profumi di viole ed intingoli della vicina cucina. Questa “Pagliarella” era condotta dalla famiglia Sica di via Bernini, la cui storia era nota per le illustri frequentazioni che si avvicendavano in questi luoghi, perpetuati da poesie, dipinti, foto ed autografi di eminenti firme. I Sica, a fine ‘8OO prelevarono la pizzeria, proprietà Emanuele di Braganza in via Bernini e che condussero per generazioni, creando poi, la “succursale” alla “Santarella”, nel giardino alle spalle della stazione della funicolare di Chiaia, che grazie alle le solite vertenze burocratiche non vi fu permesso la costruzione in muratura, per cui nacque la originale idea del vagone carrozza-ristorante, divenendo così famosa anche per la frequentazione di personalità, dal simpatico compito di riunire personaggi che hanno animato e caratterizzato un’epoca,ed i cui resti, purtroppo, sono inesorabilmente scomparsi sotto il crudele piccone della inevitabile modernità.
A conclusione di questo breve excursus, un simpatico ricordo legato al luogo. Quale affettuosa e sovente abitudine dei Sica, un garzone, specificamente chiamato “cacciavino”, munito di “varrecchia”, oblungo barilotto portato a spalla, e di un tubo con il quale aspirava il vino travasato in bottiglie, si recava periodicamente a rifornire la dispensa gestita da suore, per i degenti della Clinica Rosalia, che molti ricorderanno, in via Morghen, accompagnato spesso, da particolari leccornie della cucina Sica che le sorelle della casa di cura non potevano permettersi.
Mimmo Piscopo
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