IL VOMERO CELEBRA TOTO’ CON UNA STELLA. INTERVISTA AD ELENA ANTICOLI DE CURTIS

Elena Anticoli De Curtis, la nipote di Antonio De Curtis, in arte Totò ha accettato l’invito di Vomero Magazine di raccontare ai lettori la parte più familiare e privata del nonno. Con piacere l’abbiamo accolta in Redazione e tra un caffè e una sfogliatella, Elena comincia a raccontare. E’ piacevole ascoltare le storie di famiglia e gli aneddoti su suo nonno: Totò. Non lo ha conosciuto, perché è nata dopo la sua morte, ma il racconto di Elena Anticoli De Curtis, è ricco di particolari, quasi che con la minuzia voglia riappropriarsi di un tempo che non tornerà.
Questo maggio napoletano è stato dedicato a lui il Principe, figura poliedrica; Totò è tutto ed il suo contrario. Con quale spirito hai affrontato questo maggio dei monumenti? “Toto è una icona.
“Per me è sempre stato nonno e oggi qui a Napoli lo sto scoprendo. La sua parte più viscerale, più intima. Dedicare questo maggio a Totò ha rafforzato in me la volontà di raccogliere e preservare tutto ciò che lui ha lasciato. Quest’anno la mostra organizzata da Vincenzo Mollica e Alessandro Nicosia è partita da Napoli per un mio preciso volere. Toto è patrimonio di Napoli. Il suo desiderio era stare a Napoli. Con i suoi primi guadagni si comprò una cappella al cimitero”.
Sei nata in Sud Africa come ti hanno trasferito la cultura napoletana e come hai conosciuto Totò?
“Dopo la morte di nonno, mamma ha avuto un trauma e cosi nel 1968 è partita per il Sud Africa. A casa mia, ovunque fossi, Napoli era celebrata prima di tutto a tavola. Mia nonna e mia madre erano brave cuoche e amavano la cucina partenopea. Di nonno mi ha parlato mia nonna Diana Bandini Rogliani e chiaramente anche mia mamma Liliana De Curtis. Dell’uomo pubblico, invece, continuo a scoprire ancora oggi, grazie ai suoi innumerevoli fans. La nonna Diana lo aveva conosciuto a teatro all’età di sedici anni. Era il 1931 e mia nonna, studiava in collegio a Firenze. Una sera, con la sorella ed il cognato napoletano, Raniero di Censo, andò a vedere Totò a teatro. Il nonno se ne innamorò immediatamente. Con lui è praticamente cresciuta. Lo ha lasciato per la sua eccessiva gelosia, ma nei diciassette anni in cui sono stati separati, si sono lasciati nel 1950, non lo ha mai dimenticato e abbandonato. Sono rimasti in ottimi rapporti. Il nonno scrisse “Malafemmina” per nonna Diana e con i guadagni della canzone comprò una casa che poi le ha regalato”.
Motivo della rottura, quindi, non fu Franca Faldini?
“No, assolutamente. Franca venne successivamente e tra le due donne ci fu sempre un buon rapporto”.
Totò nei suoi film si fa scherno delle disgrazie della vita, nel senso che affronta argomenti difficili in modo scansonato. Può essere considerato il simbolo della napoletanità?
“Totò porta appresso il difficile che ha vissuto. Un sorriso non può venire se non c’è stata una lacrima prima. Lui cerca di sdrammatizzare qualsiasi situazione. E’difficile fare ironia sulle disgrazie se non le hai vissute. Mio nonno non ha dimenticato da dove veniva e tutte le volte che ha potuto ha aiutato materialmente le persone. Una sera fredda e piovosa, Totò dopo lo spettacolo tornando a casa senza soldi incontrò una caldarrostaia che gli offrì pur non conoscendolo un coppetto di castagne. Anni dopo, raggiunto il successo, mio nonno l’ha ritrovata e le ha aperto un negozio. Era un uomo generoso, rispettoso e amava la sua famiglia sopra ogni cosa. A volte diventava oppressivo perché era fin troppo protettivo e questo aspetto ha reso complesso anche il rapporto con mia madre, che avrebbe voluto fare cinema, ma ha incontrato un fermo rifiuto da parte del padre”.
Totò e Antonio De Curtis, l’uomo pubblico che ha attraversato l’Alto Adige e l’uomo comune, iperprotettivo e riservato. Come te lo spieghi?
“Io penso che Totò non poteva esistere senza De Curtis e De Curtis non poteva esistere senza Totò. Totò, sfrontato e allegro ha fatto il cinema e De Curtis, malinconico e riservato aveva un amore per il teatro e la poesia. La carriera di Totò comincia allo Iovinelli a Roma. Chiaramente il cinema gli ha dato la notorietà e l’agiatezza economica per cui ha dovuto necessariamente mettere da parte il teatro e la poesia, almeno nei primi anni. Un aspetto del suo carattere che vorrei sottolineare e che ho fatto mio è il rispetto per il prossimo. In casa era r rigoroso e il rispetto veniva prima di tutto. Era il primo a rispettare il prossimo a partire dalla servitù di casa. A pranzo, a casa di nonno, la servitù mangiava sempre prima. Soltanto in un secondo momento la famiglia si metteva a tavola”. Questa abitudine è rimasta a casa di mamma anche dopo la morte di Totò. In Sud Africa, al tempo c’era ancora l’Apartheid, i domestici venivano trattati sempre con quel rispetto che ci aveva insegnato il nonno. Dal rispetto deriva anche un altro aspetto della personalità di Totò, la generosità. Una volta raggiunto il successo, di notte infilava i soldi sotto la porta delle persone bisognose. Lo faceva di notte, lontano da sguardi indiscreti, perchè non voleva essere ringraziato. Inoltre cercava di fare del suo meglio per aiutare tutti. Mia nonna mi ha raccontato che nella sua compagni c’era una signora con a carico tre figli, che per arrotondare oltre a fare la ballerina si prostituiva. Il nonno lo sapeva e per aiutarla, nonostante non avesse un fisico da ballerina, la faceva ballare in ultima fila”
Oggi vivi a Ostia con la tua famiglia, ma hai vissuto prima in Sud Africa e poi a Montecarlo. La fama di Totò all’estero e l’atteggiamento delle persone nei tuoi confronti.
“Io vivo questo ruolo con grande tranquillità. Non mi piace usare questo discorso come modo di presentazione di me stessa. Nonno era conosciuto anche fuori dell’italia in particolare in Francia. Per il resto lui non amava viaggiare, aveva timore degli aerei e anche degli ospedali. “Ci sono i malati” diceva e per questo mia mamma è nata in una camera di albergo”.
Hai costituito un’associazione per raccogliere e preservare tutto ciò che riguarda Totò. Quali sono i tuoi obiettivi futuri?
“Sono fiduciosa e spero di riuscire a creare un museo di Totò. In giro c’è tanta roba oltre al patrimonio di casa. Per allestire la mostra “Totò Genio” abbiamo fatto ricorso anche a pezzi provenienti da collezioni private. Mi piacerebbe catalogare tutte le cose del nonno e aprire un museo nel Palazzo dello Spagnolo”.
Le poche ore trascorse insieme ad Elena per strada tra la gente ci strappano una serie di sorrisi ed emozioni, che non dimenticheremo facilmente. L’amore dei napoletani e dei Vomeresi per Totò nella generazione degli attuali 50/60enni è incredibile. La riconoscono, le chiedono se è proprio lei, la nipote di Totò e poi via con gli abbracci e la foto. Poi è difficile salutarla senza cercare di ricordare i film e allora via con le citazioni e le imitazioni. Bellissimo pomeriggio. Grazie Elena e grazie Totò.
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